Secondo la tradizione il Buddha "fece girare la ruota del Dharma" (conferì l'insegnamento spirituale) per tre volte, ad ogni "giro" comunicando dottrine più profonde. Il primo "giro" è dedicato alle quattro nobili verità: sofferenza, origine della sofferenza, cessazione della sofferenza e sentiero che conduce alla liberazione. Il secondo è dedicato alla vacuità, e la sua essenza è colta nel "Sutra del Cuore", la Prajnaparamita, che spiega l'assenza di esistenza intrinseca dei fenomeni. Il terzo ciclo di insegnamenti venne conferito dal Buddha in diverse località dell'India e codificato in un gruppo di testi chiamati Tantra. A Dhanyakataka, nell'India meridionale, vuole la tradizione che un re del regno mistico di Shambala, Suchandra, abbia ricevuto l'insegnamento esoterico di Buddha denominato Kalachakratantra: "il tantra della ruota del tempo".
Le proteste delle ultime settimane hanno stimolato la Commissione europea a ragionare ed intervenire finalmente sulla produzione agricola e la crisi del settore lattiero caseario. La differenza fra prezzo alla produzione del latte ed il suo prezzo al consumo è, infatti; tanto esagerata da stritolare i produttori e far invocare ai ministri dell'agricoltura dei ventisette membri un intervento della Commissione. Secondo il presidente della Coldiretti di Brescia Ettore Prandini «dal 2007 alla metà del 2009 c'è stata una diminuzione notevole dei costi pari al 12-13%. Ma il prezzo del latte, qui in provincia, è passato da 42 a 28 centesimi, un vero crollo. I consumatori, però, non se ne sono accorti: il litro di latte – cui sono stati tolti panno o burro – continua a costare da 1,30 a 1,55 euro. Nel 2007 il grana padano veniva venduto dai produttori a 6,40 al chilo e ora costa un euro in meno. Nella grande distribuzione, però, oggi il padano costa sempre 11 euro, come nel 2007». Le industrie pagano un chilo di latte circa 29 centesimi, quando affinché produca un litro di latte, una vacca costa 30 centesimi di sola alimentazione.
Dopo giornate di protesta in tutto il continente ed un assedio di una giornata da parte dei produttori a Lussemburgo, i 280 milioni di euro elargiti in extremis dalla Commissione europea rischiano di mantenere la questione irrisolta, se non saranno accompagnati da un ragionamento che rimetta in discussione tutta la filiera del settore lattiero caseario. Attraverso l'imposizione delle quote latte l'UE aveva incrinato i principi del libero mercato nel tentativo di porre al riparo i produttori ed i consumatori dalla ciclicità del prezzo del latte, ma tale obiettivo non è stato raggiunto.
Oltre all'aiuto finanziario, per arginare le falle del sistema nel breve periodo, la Commissione ha proposto in primo luogo degli interventi concreti per migliorare il funzionamento della catena di approvvigionamento alimentare in tutto il continente, mettendo altresì in luce significative tensioni nelle relazioni contrattuali tra operatori della catena, nonché vere e proprie differenze di potere contrattuale tra i soggetti coinvolti: ci si propone di individuare pratiche contrattuali scorrette e notificare possibili abusi; il monitoraggio della concorrenza in regime di libero mercato; l'avallo di uno strumento di monitoraggio dei prezzi europei dei generi alimentari per ridurre la speculazione ed una piattaforma su internet per consentire un confronto dei loro prezzi al dettaglio; la revisione di una serie di norme ambientali e di regimi di etichettatura dell'origine che possono creare ostacoli agli scambi transfrontalieri; prendere in esame le modalità per migliorare il potere contrattuale degli agricoltori, ad esempio mediante la costituzione di associazioni di produttori, nel rispetto delle regole di concorrenza.
In secondo luogo la Commissione ha permesso alle autorità nazionali di pagare i produttori fino a 15 mila euro per superare il difficile frangente.
Infine la Commissaria responsabile dell'Agricoltura e dello Sviluppo rurale Boel, nella conferenza di Upsala del 29 ottobre, ha evidenziato con gravi parole l'importanza delle campagne e foreste del nostro continente: «Ciò che accade nelle nostre zone rurali è e sarà una questione di vita e di morte», in quanto là vengono prodotti i beni per il sostentamento della comunità, là si trovano i polmoni dell'Europa, là sono localizzati quei beni pubblici che non hanno ancora un posto nel mercato. La Boel si sbilancia però sugli apprezzamenti verso le coltivazioni OGM, necessarie, a suo parere, per rispondere alla domanda crescente di carne nella dieta mondiale, e stigmatizza la scelta di tutte le regioni OGM free, Umbria compresa.
Quale tipo di sviluppo rurale sostiene l'Europa? È ragionevole inseguire il mercato senza valutare nel lungo periodo le ricadute sul benessere dei cittadini? Perché l'Europa continua a non prendere in considerazione la soluzione più semplice, ovvero la filiera corta, che ha il pregio di avvicinare produttore e consumatore, ridurre al minimo gli sprechi, ridurre le emissioni di CO2 e riavvicinare popolazione urbana e rurale? Aspettiamo risposte.
Il 21 ottobre, presso la sessione plenaria del Parlamento europeo (Pe) a Strasburgo, hanno avuto luogo le votazioni sulla libertà di informazione in Italia, dopo che un acceso dibattito aveva animato tutti i gruppi parlamentari l'8 ottobre nella sede di Bruxelles. In quell'occasione la Commissaria europea deputata al settore Società dell'informazione e Media Vivane Reding aveva ricordato la Direttiva europea dell'ottobre 1989 sulla Televisione senza frontiere, poi aggiornata nel 1997 e nel 2007: un esempio da seguire che stabilisce degli standard minimi comuni a tutti i Paesi membri dell'UE sulla distribuzione delle frequenze televisive, sulla garanzia che le produzioni indipendenti debbano avere uno spazio del 10% del totale della programmazione e sull'istituzione di un'autorità indipendente per il controllo dei media nazionali. Sia la Reding sia la maggioranza di destra del Pe si erano poi espressi in modo negativo sull'opportunità di risolvere a livello europeo una questione tutta italiana, questione che, secondo l'onorevole Speroni del gruppo EFD, non sussiste. I gruppi dei Verdi, S&D, ALDE e GUE/NGL avevano portato le statistiche sconcertanti dell'organizzazione Freedom House, secondo i quali i media di Italia, Romania e Bulgaria risultano "parzialmente liberi". Nonostante la premura del Presidente Giorgio Napolitano nel cercare di evitare un dibattito di risonanza continentale, molti eurodeputati avevano denunciato la situazione critica del nostro Paese e gli squilibri nella libertà di informazione dovuti al pesante conflitto d'interessi del premier Berlusconi.
Alle votazioni del 21 ottobre, oltre alle sette proposte di risoluzione individuali, sono state proposte anche due mozioni comuni: una di PPE-ECR-EFD e l'altra di Verdi/ALE-GUE/NGL-S&D-ALDE. La prima si concentra sul fatto che in Italia l'informazione sia tutelata dalla Costituzione, che i media diano ampio spazio a qualsiasi tipo di parere e che in caso di presunta diffamazione ad ogni individuo sia permesso di adire le vie legali, che si tratti di privati cittadini o leader politici. La seconda mozione tiene toni più generali, fa appello, oltre all'art. 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani come la precedente, anche all'art. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, in cui viene sancita la libertà di ogni individuo di esprimersi, diritto che include anche la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera; infine statuisce il rispetto per la libertà dei media ed il loro pluralismo. Questa mozione auspica un intervento urgente della Commissione per una Direttiva sulla concentrazione dei media e sulla protezione del pluralismo con il pieno coinvolgimento del futuro Commissario sui Diritti Umani, soprattutto per evitare che l'esempio italiano faccia perdere credibilità all'azione dell'Unione.
La posizione della sinistra europea sembrava essere dominante, ma al momento del voto la plenaria si è espressa in modo negativo per tutte e nove le proposte di risoluzione: per la mozione comune della destra hanno votato 297 a favore e 322 contrari, mentre per quella dei gruppi di sinistra lo scarto è stato di soli tre voti. Fra i diciassette assenti dello schieramento di sinistra, è impossibile non notare il verde Daniel Cohn Bendit, peraltro uno dei firmatari della mozione.
Il Parlamento europeo ha deciso quindi di non prendere in considerazione le preoccupazioni provenienti da sinistra, né di dar credito alla posizione della destra sulla normalità della condizione italiana. Una scelta che intacca ulteriormente il ruolo dell'unica istituzione europea eletta in modo diretto dai cittadini dei ventisette Paesi membri.
Tommaso Sorichetti
(29/10/09)
Il dibattito infervora da tempo numerose penne italiane, produce scontri fra gruppi editoriali, fa nascere manifestazioni di piazza, radicalizza lo scontro fra le due anime italiane: quella di chi sostiene il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e quella di chi si indigna. La riflessione e lo sbigottimento sorti dalla domanda se ci sia libertà di informazione in Italia sono dovuti al fatto che la libertà di informazione costituisca uno dei pilastri sui quali si basa la democrazia contemporanea, uno dei diritti fondamentali sanciti, oltre che dall'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, proclamata nel 2000 a Nizza e adottata nel 2007 a Strasburgo. L'articolo 11 in questione consta di due paragrafi: nel primo viene sancita la libertà di ogni individuo di esprimersi, diritto che include anche la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera; nel secondo paragrafo si asserisce che «la libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati».
L'ampiezza ed il carattere basilare di un argomento del genere non potevano lasciare indifferenti le istituzioni europee, che hanno provveduto ad inserirlo nella loro agenda. Lo scorso 8 ottobre infatti il Parlamento europeo ha dibattuto sulla libertà di informazione in Italia, suscitando non poche polemiche: il consiglio del Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, rivolto agli eurodeputati, di non fomentare una discussione di un presunto «caso italiano» non è stato seguito e la scelta della cornice europea è stata osteggiata dalle forze di maggioranza, asserendo l'inconsistenza del problema.
La discussione di un'ora circa ha visto fare il punto iniziale la Commissaria europea deputata al settore Società dell'informazione e Media Vivane Reding ed ha coinvolto tutte le forze politiche del Parlamento europeo, le quali si sono posizionate su due fronti opposti: gli eurodeputati del Partito Popolare Europeo (PPE), il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei (ECR) ed il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (EFD) si sono dichiarati contrari all'uso dell'UE come forum per sistemare questioni interne. Dall'altra parte i membri del Gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D), Gruppo dell'Alleanza dei Liberali e Democratici per l'Europa (ALDE), il Gruppo Verde-Alleanza Libera Europea (Verdi-ALE) ed il Gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) si sono schierati per la necessità di una legislazione a livello di Unione sul pluralismo dei media.
Nel suo discorso introduttivo la Commissaria Reding ha subito posto l'accento sul carattere fondamentale della libertà di informazione, citando la Carta dei diritti fondamentali dell'UE e la direttiva europea dell'ottobre 1989 sulla Televisione senza frontiere, poi aggiornata nel 1997 e nel 2007: un esempio da seguire che stabilisce degli standard minimi comuni a tutti i Paesi membri dell'UE sulla distribuzione delle frequenze televisive, sulla garanzia che le produzioni indipendenti debbano avere uno spazio del 10% del totale della programmazione e sull'istituzione di un'autorità indipendente per il controllo dei media nazionali. «La Commissione è già intervenuta», ha proseguito la Reding, «contro il congelamento delle radiofrequenze in Italia nel 2006, con il risultato di una considerevole apertura del mercato. La politica europea di attenzione al pluralismo e all'accesso non discriminatorio alle radiofrequenze non ha però un corrispettivo nel settore della stampa: in questo ambito le competenze dell'Unione sono più limitate e non vi sono atti legislativi al riguardo, per quanto il sostegno alla libertà di informazione da parte della Commissione e degli altri organi europei sia indiscutibile». In tale prospettiva va presa in considerazione la Carta europea per la libertà di stampa, firmata da 48 giornalisti europei provenienti da 19 Paesi il 25 maggio di quest'anno, con lo scopo di proteggere la stampa dalle interferenze dei governi e assicurare l'accesso dei giornalisti alle fonti di informazione. Sviluppata in 10 articoli, la Carta delinea i principi fondamentali che i governi devono rispettare nei rapporti con i giornalisti, fra cui il divieto della censura, la libertà di accesso alle fonti di informazione nazionali e straniere e la libertà di ottenere e diffondere le informazioni. Inoltre i giornalisti possono appellarsi alla Carta per proteggersi dai tentativi di vigilanza e qualora ritengano che il loro lavoro venga ingiustamente minacciato.
La Commissaria Reding è stata ben attenta a non scambiare tutto ciò con presunta ingerenza nei confronti delle realtà nazionali, «molte delle quali vantano lunghe esperienze costituzionali e organi garanti di tali libertà». Lo spettro dell'ingerenza nella sovranità statale, fa notare la giornalista irlandese Ann Cahill sull'Irish Examiner, fa mutare gran parte dei discorsi degli eurodeputati, per la gran parte unanimi nel richiedere una legislazione sul pluralismo dei media in tutta l'UE. La spaccatura nel dibattito, quindi, non si è formata in merito alla questione se in Italia vi sia o meno un problema di libertà di informazione, ma sulla scelta del Parlamento europeo come tavolo di discussione. L'unico a mettere in discussione l'anomalia italiana è stato l'onorevole Francesco Speroni dell'EFD, il quale, riportando i dati offerti dall'osservatorio di Pavia, ha asserito che nei telegiornali della televisione di Stato l'opposizione detiene il 60% delle presenze, mentre nelle reti mediaset il 49%. «Su 455 sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo» ha continuato Speroni, «solo 7 riguardano l'Italia, rispetto a 29 per la Francia e 28 per il Regno Unito. Riguardo le cause contro le testate, non si può certo affermare che la magistratura sia prona rispetto al capo del governo, anzi, possiamo affermare il contrario. Chi sostiene che in Italia non venga garantita la libertà di stampa abbia il coraggio di avviare la procedura secondo l'art. 7 del Trattato (secondo cui su proposta di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione europea, il Consiglio […] può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori fondamentali riconosciuti dall'UE, quindi rivolgere raccomandazioni al Paese interessato e infine, extrema ratio, decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione dall'applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio), che richiede prove e documentazioni, allo stato dei fatti, assolutamente inesistenti».
Di tutt'altro parere sono stati l'italiano Sassoli, l'olandese Sargentini ed il francese Le Hyaric. Il primo si è concentrato sulla responsabilità dell'europarlamentare, sulla necessità di vigilare in modo attivo sullo stato della democrazia dei Paesi membri, poiché, ha chiosato rivolgendosi direttamente alla Commissaria Reding, «noi siamo in Parlamento e non in un museo dove conservare oggetti ammuffiti». A seguire, il leader belga dell'ALDE Guy Verhofstadt ha concordato con Napolitano sul fatto che fosse l'Italia a dover risolvere un suo problema. «Però», ha specificato, «non possiamo negare che vi sia un problema anche in Europa e qui dobbiamo parlarne»: a sostegno della sua tesi ha riportato i dati di Freedom House, organizzazione che sulla base di un questionario articolato in 23 domande assegna un punteggio ad ogni nazione, dividendo in tre categorie i Paese con media “liberi”, “parzialmente liberi” e “non liberi”. L'Italia, accompagnata da Bulgaria e Romania, è fra i Paesi con media parzialmente liberi. È deluso, Verhofstadt, per il discorso della Commissaria: «Ogni Paese può comportarsi come vuole, basta che sia rispettoso delle leggi? Non sono d'accordo, perché ci sono libertà e valori che devono essere difesi in questo consesso al di là degli interessi nazionali, valori e principi propri dell'Unione Europea».
L'eurodeputata Sargentini dei Verdi ha dichiarato che «l'autocensura dei giornalisti italiani è un disonore per l'UE». Con questi presupposti, ha continuato, «come facciamo, anche davanti ai Paesi neo-membri o che si apprestano ad entrare nell'Unione, a sostenere che il pluralismo sia importante, che è sbagliato concentrare nelle mani di uno solo gran parte del potere mediatico e la televisione di Stato? I diritti fondamentali non sono più tali quando si tratta di un Paese membro», e anche lei ha chiesto, come i precedenti, una direttiva della Commissione europea sul pluralismo dei media. Ha proseguito il suo intervento sostenendo che se l'80% della popolazione si informa attraverso la televisione e quest'ultima non è libera, allora l'80% della popolazione non potrà decidere con cognizione di causa, ovvero la base della democrazia. In risposta all'onorevole francese Daul del PPE, che in precedenza aveva sostenuto che un dibattito del genere non si dovesse tenere presso il Parlamento europeo, Sargentini ha chiosato «non ci fa onore il voler eliminare questo dibattito perché “non sono affari nostri”».
Per l'ECR è intervenuto il polacco Czarnecki, il quale ha lamentato l'uso di pesi e misure diversi, dal momento che un dibattito simile era stato chiesto anche riguardo ai media in Polonia, ma non era entrato nell'ordine del giorno e quindi neanche discusso.
Chi invece non ha mantenuto toni generici è stato di certo Patrick Le Hyaric dell'EUL: dopo aver elencato le proprietà del Presidente Silvio Berlusconi, si è soffermato sulle violazioni dei principi che una tale influenza possa commettere e sulle minacce ai giornalisti che lo criticano e che mettono in guardia dal conflitto di interessi che lo riguarda. Ha dichiarato che «una situazione di quasi monopolio sull'informazione ed il suo finanziamento gli consente di dominare, orientare e dirigere la gran parte dei mezzi audiovisivi e di stampa ed anche il loro contenuto a suo uso e profitto. Un simile sistema di polarizzazione del pensiero è incompatibile con il contraddittorio democratico». In conclusione anche Le Hyaric ha proposto l'istituzione di un osservatorio europeo del pluralismo dei media e della stampa, che coinvolga Parlamenti europeo e nazionali, associazioni dei giornalisti, degli editori, dei lettori e dei telespettatori, per vigilare sul rispetto della separazione dei poteri politici e mediatici in tutta l'Unione, ovvero la creazione di una soglia di concentrazione massima nel possesso dei media.
A conclusione del dibattito la Reding, nel suo intervento di risposta, si è definita sorpresa per la mancanza di considerazione del lavoro svolto negli ultimi mesi della Commissione proprio sul versante di del pluralismo dei media, ma soprattutto perché già negli anni '90 tutti i Paesi membri si erano espressi contro una direttiva del genere. «Ora forse le cose sono cambiate», ha concesso la Commissaria, «ma prima che la Commissione cominci a lavorare su questo punto ci sarebbe bisogno del sostegno dell'intero Parlamento europeo. Bisogna chiedersi se la dimensione di questo problema sia condivisa, transfrontaliera e se riguarda il mercato interno. Al riguardo il Parlamento si deve chiarire».
Posizioni più concrete si delineeranno nella sessione fra il 19 ed il 22 ottobre a Strasburgo, quando il Parlamento europeo voterà una risoluzione sulla libertà di informazione.
Cominciata l'esperienza migrante, prende corpo la missione per salvare il nostro piccolo e povero Paese.
È giunto il momento di rimpossessarci di noi stessi.